Emidio de Berardinis
presenta
VIA IGNIS...
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Via Ignis, il nuovo lavoro autoprodotto da
Emidio De Bernardinis, non è un disco: è una fenditura. Un varco aperto in
quello spazio interiore che siamo abituati a ignorare mentre scorriamo
distrattamente lo schermo di uno smartphone. Dodici canti costruiti come
altrettante stazioni di un percorso iniziatico, in cui l’ascoltatore non è
invitato a “godere” della musica, ma a misurarsi con essa.
Il concept affonda le radici
nell’immaginario simbolico degli Arcani Maggiori, in particolare nella figura
dell’Appeso, archetipo del ribaltamento dello sguardo. De Bernardinis
assume quella postura sospesa e la traduce in brani che rifiutano ogni
tentazione di compiacimento: niente slogan motivazionali, nessun ritornello
consolatorio, ma una scrittura che alterna ferocia e tenerezza, visioni
mistiche e fenditure psicologiche.
La voce si fa deserto, talvolta
abisso, talvolta preghiera. Le parole sono affilate, ma capaci di aprire
spiragli luminosi in chi accetta di lasciarsi “fermare” da queste tracce che
non accompagnano: deviano, disturbano, spogliano. È un album che predilige il
fuoco alla forma, l’urgenza alla levigatezza, e proprio per questo colpisce
come un rito di passaggio.
Via Ignis è un invito alla disobbedienza
interiore: una chiamata a spegnere l’automatismo del quotidiano per riaccendere
il centro della coscienza. Ne si esce scossi, forse stanchi, ma più lucidi. Un
disco che non cerca consenso, ma risveglio. Da attraversare con cautela, magari
in ginocchio — ma con la promessa di rialzarsi diversi.
Domanda:
Il primo singolo che anticipa “Via Ignis” porta il titolo “Gli occhi
di mio padre”. Si tratta di un richiamo intimo e, allo stesso tempo,
universale. Cosa rappresenta questo sguardo?
Risposta:
“Gli occhi di un padre” sono un primo orizzonte … lo specchio in cui impariamo
ad esistere. Nel mio caso, sono stati anche una soglia: un punto di accesso
verso territori interiori che non sapevo ancora nominare. Nel brano canto: “la
sfera con cui mi guardi è una porta verso altri mondi” perché è proprio
così che ho vissuto quel momento di illuminazione. Attraverso il riflesso degli
occhi di mio padre, ho percepito altri livelli di coscienza, altri piani di
esistenza … come se da quelle pupille partisse una traiettoria che conduce
oltre il visibile!
Domanda:
Nel brano parli di “deserti”, “abisso”, “oceani in tempesta”
e la geografia degli occhi diventa quasi un paesaggio segreto, “iniziatico”.
Come nasce questa scelta di immagini?
Risposta:
Ho sentito che il mio compito era quello di esplorare la profondità di uno
sguardo come se si trattasse di un luogo fisico. Quando guardi davvero negli
occhi di qualcuno, soprattutto una figura da cui è dipesa la tua stessa nascita
e che ha, inevitabilmente, condizionato il tuo cammino, senti che lì si
concentrano memorie, misteri e immense fragilità. I deserti
rappresentano simbolicamente l’aridità dell’esperienza vissuta nella
meccanicità dell’identificazione nei ruoli, l’abisso è lo spazio dove ci
si perde ma ci si può anche ritrovare, l’oceano in tempesta è
l’emotività che tutto travolge e confonde. È una sorta di “cartografia
affettiva e spirituale”.
Domanda:
Un’immagine molto suggestiva del testo è quella degli “occhi che salgono la
scala della luce per entrare nel giorno dei sogni”. Puoi raccontarci come è
arrivata?
Risposta
Mi ha sempre affascinato il mistero racchiuso nel momento in cui la notte non è
più notte e il sogno non è ancora sogno. Ho immaginato gli occhi che,
chiudendosi, non si spengono ma si trasformano in viaggiatori. Salgono una
scala di luce, come frammenti di coscienza che si affidano totalmente per
superare il limite del confine mentale con cui si gestisce il quotidiano. Quando
dormiamo, gli occhi continuano a vedere ma guardano altrove: è un’immagine che
parla di trasformazione e accesso a una realtà molto più sottile ma presente.
Domanda:
Nel ritornello ricorrono “piccoli pesci”, “mare di lacrime”, “mandorle
mistiche”. Che ruolo hanno questi simboli?
Cantautore:
Il pesce è antico simbolo di conoscenza e rinascita, non a caso
associato anche alla figura del Cristo: richiama il movimento sinuoso
dell’occhio che quando sogna (e, a mio modesto parere, anche nello stato
ordinario di veglia) nuota tra emozioni che non sono controllate. La mandorla
mistica, invece, rappresenta il punto d’incontro tra umano e divino: la
nascita di una nuova coscienza che contempla la dimensione spirituale.
Inserirla nel brano è stata una scelta molto semplice e naturale per via della
sua forma che, “verticalizzata”, rimanda allo stesso pesce e rappresenta
splendidamente la dimensione sacra dello sguardo.
Gli occhi sono
lo specchio dell’anima.
Domanda:
Parli spesso di trasformazione. Come si intreccia questo brano con il
tema centrale di “Via Ignis”?
Cantautore:
Ne “Gli occhi di mio padre” è nascosta la radice emotiva del mio stesso
percorso evolutivo. In “Via Ignis” racconto gli effetti della
liberazione dai programmi e dalla meccanicità e, in questo brano, affronto ciò
che sta alla base: lo spazio-tempo da cui tutto prende forma. Senza
riconciliare il proprio sguardo con quello delle origini, il cammino non può
concretamente iniziare. È un brano che canta della nascita, del senso di
appartenenza, di illusione e di consapevolezza … ma è anche un inno al distacco
amorevole e alla gratitudine più vera e profonda.
Domanda
Nel testo compare una frase molto potente: “La profondità di uno sguardo
svela l’età della coscienza”. Come la interpreti?
Risposta
Ovviamente, non intendo l’età anagrafica, ma quella dell’anima che si svela
attraverso la sua capacità di scendere negli abissi interiori della dimensione
umana. Ci sono persone giovani con occhi antichi … traboccanti di saggezza, e
persone anziane con occhi ancora incredibilmente acerbi, immaturi. La coscienza
ha i suoi ritmi, le sue stagioni e negli occhi si possono leggere le vite
interiori: quelle vissute, quelle sospese e quelle ancora da immaginare.
Domanda:
Hai definito questo singolo “una soglia luminosa”. Cosa speri che
l’ascoltatore percepisca attraversandola?
Risposta:
La tua domanda è molto profonda e non posso rispondere con poche parole.
Sarebbe meraviglioso se l’ascolto di questo brano facesse risuonare corde
interiori che richiamano alla ricerca di Sé, al di là di ogni programmazione. È
un invito a guardare con più apertura, più coraggio, più presenza e più
responsabilità ... Perché ogni trasformazione inizia proprio dallo sguardo.
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